Stethoscope next to open lined notebook with fountain pen on wooden surface

Cristina Pipoli: trasforma sfide difficili in possibilità concrete

Lettura in 8 min

Immagine in evidenza Image di Tamim Ahmed da Pixabay

“Buongiorno, sono Cristina Pipoli. … Mi farebbe piacere scambiare due chiacchiere per capire se le nostre strade possono incrociarsi. Un cordiale saluto” è il messaggio che ho ricevuto su Wuzap qualche giorno fa.

Capire se le nostre strade possono incrociarsi

Vado a gugolare il nome per escludere che si tratti di qualche manovra di marketing o di spam, scam, o cose malevole (se ne sentono di ogni) e tranquillizzato, fisso un appuntamento telefonico con Cristina.

Ora so di chi si tratta.

Cristina Pipoli è Laureata in Progettazione e Gestione dei Processi Formativi, ha conseguito un Master in Arteterapia, uno in Coordinamento degli Asili Nido e un altro in Giornalismo Culturale.

È fondatrice dei progetti “Diario di bordo salentino” e “Diario di bordo piemontese”, due pagine social che raccolgono biografie di abitanti e promuovono la cultura dei territori.

(Il mio sangue pugliese/lecchese sobbalza nelle vene: ecco un primo incrocio geografico tra di noi.)

Cristina Pipoli è una persona che trasforma sfide difficili in possibilità concrete.

Cristina Pipoli è una giovane donna, che in molti hanno iniziato a definire “pioniera”. È la prima educatrice professionale italiana ad aver svolto un tirocinio in ambito ASL.

Pedagogia e Medicina: un binomio fantastico?

Gianni Rodari ha basato la sua Grammatica della Fantasia su un principio creativo fondamentale: il binomio fantastico. Si tratta di accostare due termini, due elementi, due parole, di campi semantici più estranei possibili e di giocare a inventare una relazione tra di essi.

Cristina racconta, nei numerosi articoli pubblicati recentemente, che pedagogia e medicina, risultano essere due termini quasi estranei, un binomio fantastico, appunto.

Chi ha creduto nella possibilità di realizzare il suo tirocinio professionale nell’ambito di un poliambulatorio convenzionato con la ASL TO5, è riuscito ad immaginare la forza creativa dell’incontro auspicabile tra due realtà, per qualche motivo distanti, non ancora sufficientemente legate.

Cristina, con il suo lavoro, ha incarnato questo snodo e ha iniziato a scrivere una storia inedita, fatta di presenza, di empatia, di attenzione alla persona e di ascolto, in un contesto dove questi elementi, spesso, mancano.

Senti chi parla

Nel 2018 sono stato contattato dalla Fondazione Paracelso di Milano per realizzare uno Spettacolo Forum (Teatro dell’Oppresso) in questo contesto:

La locandina dell’evento Giornata mondiale dell’emofilia 2018

Il racconto di Cristina mi ha subito fatto venire in mente le storie che avevamo realizzato per quell’incontro.

Un momento di studio e di incontro tra attori, operatori e un cane nella sede di Milano per la preparazione dello spettacolo forum.

La prima aveva come protagonista una madre, nel momento della scoperta dell’emofilia del figlio piccolo. Il dottore che si occupava della diagnosi era più attento al questionario che allo sguardo della donna.

Il marito era complice del sistema e insisteva perché la donna non si mettesse a piangere alle informazioni riportate dal medico, il quale la invitata ad uscire e a rientrare quando avesse riacquistato la lucidità necessaria ad affrontare la vicenda.

Le domande che la storia porta al pubblico sono chiare: dov’è l’empatia, la vicinanza personale, la capacità di lasciare spazio all’espressione di emozioni naturali e necessarie?

Come far valere l’umanità, oltre il freddo nozionismo e oltre l’applicazione della tecnica? Come favorire la collaborazione tra genitori nell’affrontare un momento duro, che richiede coesione e condivisione per non rischiare di minare la relazione di coppia?

Un momento della scana con i due genitori a colloquio con il medico.

Il male incurabile

La seconda scena aveva come protagonista una giovane dottoressa incapace di comunicare “professionalmente” la notizia della recidiva di un tumore ad una donna malata di cancro.

La paziente preferiva affidarsi al primario, abituato ad affrontare, senza batter ciglio, le notizie più dolorose, prospettando come unico conforto, la fiducia nella scienza e nella capacità della medicina di intervenire clinicamente sulle patologie, di cui la donna era convinta sostenitrice (assuefatta?)

Una giovane dottoressa attenta alla possibile sofferenza dei pazienti o una “femminuccia” in balia della propria emotività?

La “femminuccia” che non sa comunicare con i pazienti.

Porto questa mia esperienza perché credo che renda subito chiaro quale nucleo di senso convidiamo io e Cristina. (Secondo incrocio)

Il fonendoscopio e la penna

Cristina Pipoli, il fonendoscopio e la penna.

Cristina mi manda questa foto che commenta così:

“Questo scatto mi piace tanto. Sto imparando a utilizzare il fonendoscopio, ascoltando con attenzione: ritmi, suoni e battiti del cuore.

Finalmente sono riuscita a inserirmi nella vera Sanità italiana, è stata una battaglia raggiungere questo traguardo.

Con semplici azioni ho cercato di contrastare la malasanità.

Fare un tirocinio in un poliambulatorio medico convenzionato con l’ASLTO 5 è un’esperienza che mi sta arricchendo moltissimo.

Ogni giorno ascolto, osservo e dialogo con persone che soffrono; la depressione dilaga e le patologie correlate all’inquinamento atmosferico sono in aumento.

Porto sempre con me la penna, pronta a sfoggiarla quando ci sono delle ingiustizie.

Contemporaneamente al mio percorso da coordinatrice sanitaria sto facendo quello come giornalista.

Scrivo per Leccecronaca, un giornale che dice sempre la VERITÀ.
Mi auguro di migliorare sempre di più.”

La relazione come frontiera e progetto

Le propongo di raccontare la propria esperienza alla luce dei principi fondamentali dell’improvvisazione teatrale: saper ascoltare, accettare la proposta altrui, affidarsi reciprocamente, imparare dall’errore, cercare la spontaneità e l’autenticità, saper co-creare, saper collaborare.

Per una panoramica sui pilastri dell’improvvisazione teatrale puoi leggere il post dedicato (in arrivo).

Ecco come li ha vissuti lei.

G: Cristina, come si intreccia la tua esperienza con i principi basilari dell’improvvisazione teatrale, tenendo conto che sono anche fondamento della relazione umana?

C: Ho sempre vissuto il mio percorso professionale e umano come un esercizio costante di presenza. Anche se non amo definirmi “pioniera” — preferisco pensare di essere semplicemente al servizio di chi ha bisogno — riconosco che muoversi dove non ci sono sentieri tracciati sia un’iniziativa pionieristica.

In questo, l’Ascolto è la mia base: non è solo udire, ma accogliere profondamente l’altro.

Questo si lega all’Accettazione, il “Sì, e…” dell’improvvisazione. Nel mio lavoro sul campo e come educatrice, davanti alla sofferenza, non dico mai “no”. Dire “no” significherebbe chiudere una porta al dolore; io scelgo di accogliere quella realtà e di costruirci sopra un cammino possibile.

Tutto questo richiede Fiducia nel potenziale umano e la capacità di restare nel Qui e Ora.

Come educatrice, ho imparato il Coraggio di Sbagliare: non temo l’errore, perché è spesso nell’inciampo che si scoprono soluzioni nuove.

Lavoro con Spontaneità, lasciando che sia l’autenticità a guidare le mie reazioni.

Infine, il mio obiettivo è sempre quello di Far brillare il compagno: il mio successo si realizza quando chi assisto si sente valorizzato e capace di esprimere la propria luce.

G: Tra i sette pilastri dell’improvvisazione, quale senti più vicino alla tua missione di educatrice?

C: Senza dubbio l’Accettazione, ovvero il principio del “Sì, e…”. Per me significa non negare mai la realtà, anche quando è dura. Nel mio lavoro sul campo, davanti alla sofferenza, non dico mai “no”. Dire “no” significherebbe rifiutare l’altro.

Io scelgo il “Sì” come atto di accoglienza della situazione presente, e subito dopo aggiungo quel “e…” che è il cuore della mia azione: la capacità di costruire qualcosa di nuovo partendo da lì.

Non è presunzione, ma la volontà di tracciare una strada dove prima non c’era, trasformando una sfida difficile in una possibilità concreta di rinascita attraverso la collaborazione.

G: Nel teatro l’improvvisazione è una scelta artistica, ma nel tuo lavoro sembra essere una necessità vitale. Come si gestisce la responsabilità di “improvvisare” quando l’altro non è un attore, ma una persona che soffre?

C: È qui che l’improvvisazione diventa pura umanità. In teatro, se sbagli, si corregge; nel mio lavoro l’impatto è reale. La mia “messa in scena” non ha un copione perché la sofferenza non segue schemi fissi.

Improvvisare significa avere una preparazione interiore così solida da potermi permettere di essere flessibile. Non vado allo sbaraglio: vado incontro all’altro pronta a lasciare andare i miei schemi se la situazione richiede una risposta che ancora non esiste.

È una responsabilità enorme, ma è l’unico modo per essere autentici: non recito un ruolo, sono l’educatrice che in quel momento co-crea una soluzione insieme a chi ha di fronte.

Grazie Cristina, di avermi mandato quel messaggio su Wuzap, non so se sia necessario capire se le nostre strade si possono incrociare.

Ho la sensazione che siano già intrecciate da tempo.


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