Dopo un’ora di discussione non siamo ancora arrivati a definire il tema da trattare nello spettacolo per la rassegna di teatro delle scuole secondarie, quando una ragazza salta in piedi e grida “Io… voglio fare la Papessa!”
Tutti la guardano tra lo stupito e l’incredulo e io penso “è perfetto, un tema bomba atomica”, mentre le compagne iniziano ad assegnarsi ruoli per la storia “io sono la sorella sgualdrina della Papessa!”, “io sono la sorella suora”, e così via.
Finalmente sappiamo chi sarà la protagonista della storia, finalmente abemus Papam, anzi… Papessam.
Ha visto il film?
La professoressa presente in aula annuisce e dice che dovrebbe esserci un film che si intitola “La Papessa”. Io vibro tra la certezza di aver già sentito parlare di questo personaggio e la possibilità che sia esistito veramente.
Sta di fatto che la ragazza autocandidatasi a ruolo di Ponteficia sta già diffondendo il proprio progetto apostolico: “una Papessa italo-marocchina! Riuscirò a far diventare tutti musulmani!” è tutta esaltata.
Ecco la bomba atomica: la classe è composta da un solo maschio (alla fine dell’ora mi dirà che suo padre è testimone di Geova) e più di venti femmine, un gruppo è latino americano, una ragazza ha pelle nera e altre due portano il velo.
Intanto la storia va avanti: “si, poi la Papessa ha un figlio mulatto”, “io! io voglio cantare prima dell’annuncio” grida un’altra ragazza musulmana, vuole cantare l’Ave Maria di Shubert.
Cristiani, cattolici, musulmani, uomini, donne, il tema del genere, la castità, l’amore, fare figli, la conversione, dogmi e regole da sovvertire (questa è la stessa classe dove una ragazza ha inventato la statua della Libertà con il dito medio alzato) ci sono tutti gli ingredienti per scagliare l’ordigno nucleare sulla scena.
Forse i ragazzi non si rendono conto delle profondità che hanno aperto, ma credo che sarà una sfida interessante. Occasione importante per affrontare tanti elementi e per creare, attraverso l’improvvisazione e la drammaturgia, un confronto profondo che permetta a tutti di crescere un po’, insieme.
La storia della Papessa
Appena tornato a casa vado a cercare su Wikipedia la storia della Papessa.
Intanto il film esiste e si intitola proprio così.
La pellicola è tratta dall’omonimo (titolo originale Pope Joan) romanzo di Donna Woolfolk Cross e non credo che la ragazza italo-marocchina lo abbia mai visto/letto, è uscito nel 2009, un anno prima che lei nascesse.

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Ne esiste anche un’altro che si intitola La Papessa Giovanna ma credo che sia fuori gioco, è uscito nel 1972, due anni prima che nascessi io.
Quindi, in classe non citano il libro nè il film e iniziano ad inventare una vicenda che, guarda caso, prevede una storia d’amore tra la Papessa e il suo amante (una ragazza, tra l’altro, il maschio della classe non viene preso in considerazione), da cui dovrebbe nascere un figlio mulatto.

Tra mito e storia
La leggenda della Papessa, perché si tratta più che altro di un mito, affronta proprio il tema della vita amorosa della Pontefice, che resta incinta del proprio amante.
La nascita prematura del figlio, per la concitazione della folla durante una processione, è proprio l’evento che rende nota la sua vera identità, con conseguente tortura e lapidazione, in perfetto stile Cattolico.
I due personaggi delle sorelle della Papessa sono un’ottima personificazione del sacro e del profano: una sgualdrina e una suora (entrambe sono ragazze musulmane, una ha il velo, l’altra no, lascio indovinare la corrispondenza dei ruoli).
Così la proposta della Papessa apre il cofronto sui grandi temi della multi culturalità e del dialogo/scontro tra religioni e intrareligioso.
E scusate seèppoco.
Poi c’è il ruolo della donna nella religione e nella società e di fondo, il tema della libertà, della parità, della dignità umana.

Uno dei temi che appare nella storia della Papessa è l’emancipazione femminile. Ritornano nella scuola superiore gli echi della domanda che una bambina mi aveva fatto in una scuola primaria “Ma Capitano Uncino lo deve per forza fare un maschio?”.
Capitano Uncino e il Papa, femmine. Nel gioco del teatro, le ragazze fanno prova di riequilibrare una società e una cultura ancora basata su stereotipi, pregiudizi e disparità.
Il teatro permette di fare allenamento alle vicende della vita, ne sa qualcosa Augusto Boal, inventore del Teatro dell’Oppresso, che su questa idea ha basato tutta la propria ricerca espressiva.
Educare attraverso la simulazione teatrale vuol dire creare memoria ed esperienza per eventuali vicende future, vuol dire prefigurare, immaginare e immaginarsi, sentirsi e viversi in azione.
La Papessa ce la farà?
Non so come proseguirà la storia che questa classe sta elaborando. Non sono nemmeno sicuro che avranno il coraggio di portare tutto in scena: quando si ricordano che tra il pubblico potrebbero esserci i loro genitori, iniziano a scremare e a censurare.
Ecco un altro tema interessante, dal sapore educativo.
Il coraggio di esprimere le proprie opinioni e assumere la responsabilità delle scelte per la propria vita. E in alcuni contesti familiari e sociali, non solo non è scontato, ma può avere conseguenze pericolose e addirittura letali.
La cronaca ce lo racconta ogni giorno.

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Il sabato è fatto per l’uomo o l’uomo è fatto per il sabato?
Tempo fa, nell’ambito di una mediazione familiare richiesta dai servizi sociali, ho incontrato una ragazza adolescente, di famiglia musulmana, che per riuscire a scappare dall’oppressione della famiglia e del rigore religioso che non poteva discutere, aveva rivelato allo sportello di ascolto psicologico scolastico di aver subito matrattamenti da parte del padre.
Al di là della verità sull’accusa, questa ragazza non ha trovato altro modo per liberarsi, se non innescare una procedura istituzionale, che l’ha poi portata all’affido presso un’altra famiglia.
La vicenda era complessa ma la sostanza è semplice.
Torniamo sempre al problema del “sabato” per come lo ha posto Gesù: il sabato è fatto per l’uomo o l’uomo è fatto per il sabato? La regola, ancorché di origine divina, è posta a garanzia dell’umanità o serve per imprigionare e sminuire l’umano?
La leggerezza dell’essere
Una delle funzioni del teatro è quella di smascherare le vicende umane, usando le maschere. È paradossale, ma è così. Un giro di finzione per ritornare al profondo del reale.
L’entusiasmo con il quale la classe ha iniziato ad inventare è segno che i ragazzi hanno voglia di esplorare i grandi temi della vita in modo divertente e che la leggerezza connaturata all’esperienza teatrale è ancora un ottimo veicolo di viaggio.
Nei prossimi incontri il mio compito sarà quello aiutare il gruppo a sviluppare i personaggi e la storia, a permettere il confronto sui temi, ancorché mediato dai ruoli e ad accompagnare i ragazzi in un passaggio di consapevolezza sul magma che preme sotto il pavimento della classe.

Sono molto curioso di sapere se questa Papessa ce la farà.




