L'incontro tra l'uomo e la paura

Educare all’improvviso

Il dialogo è il sommo bene.

Socrate

…imparare ad ascoltare gli altri, imparare a considerare e ad accogliere le proposte altrui, imparare a collaborare per un’impresa comune, mettersi nei panni dell’altro per considerare un punto di vista diverso dal proprio e un differente modo di percepire, sono le pratiche che permettono di educare e di educarsi a “sentire” l’altro, a dargli spazio nella propria vita, a riconoscere la sua esistenza attraverso il dialogo, non solo uno scambio di pensieri e opinioni, ma una vicinanza umana, una possibilità di incontro.

“Devi farli emozionare” mi dice il maestro Ruggero nella riunione di programmazione del progetto annuale della scuola primaria dove lavora, chiedendomi di realizzare un laboratorio teatrale da proporre nelle classi.

Passo in rassegna il repertorio dei giochi e degli esercizi già sperimentati e proposti nei classici laboratori teatrali per le scuole senza trovarne uno che potrei dire “emozionante”.

Ad un tratto mi vola per la testa una concezione “teatrale” più ampia e sfumata, imparata dal metodo del Teatro dell’Oppresso, la afferro al volo e vedo che è l’idea di “teatralità umana” ed ecco che appare la strada.

Affrontare un laboratorio educativo sul tema delle emozioni e della relazione interpersonale richiede di affidarsi ad alcune domande: chi è l’esperto che può insegnare agli altri? L’adulto che ha in mente di controllare il proprio mondo interiore, di gestire l’emozione, che ha dimenticato come esprimere, che si sente di dover “raffreddare” o il bambino, che ancora lascia fluire liberamente, che vive con pienezza, senza troppe domande, senza troppi problemi di gestione, ancora in contatto con un livello di esperienza umana che a fatica, i grandi, cercano di ritrovare?

Visto da questa prospettiva il percorso non avrebbe potuto che avere le caratteristiche del dialogo e della provocazione reciproca.

È il passaggio che Socrate ha sperimentato con il metodo maieutico: aiutare l’altro a cercare le proprie risposte, guidarlo, grazie al dialogo, attraverso i temi esistenziali della vita, per permettergli di costruirsi un pensiero al di là di soluzioni preconfezionate e standardizzate.

“Mi vesto da spaventapasseri, arrivo in classe, chiedo un rifugio e protezione dal contadino che sta arrivando per riportarmi al campo e poi vediamo cosa succede” è stato l’incipit del programma.

Il personaggio dello spaventapasseri era inizialmente legato alla presenza di un campo sulla collina, sede di attività didattica che lascia le mani sporche di terra e alla richiesta di “emozionare”: deve far paura, ma ha paura.

La scelta è risultata particolarmente fortunata.

Abbiamo evocato un rappresentante privilegiato dell’ironia socratica: ammette di non sapere nulla della vita degli uomini e ne approfitta per chiedere spiegazioni su tutto, domandando, chiedendo esempi.

Nasce così una narrazione collettiva alla riscoperta di ciò che vivono e che hanno vissuto, per aiutarli ad esprimere e a rielaborare la propria esperienza in un gioco di gruppo.

In un contesto basato su pochi stimoli iniziali e sull’improvvisazione tutti possono essere autori e attori in un lavoro di cooperazione che permette di sperimentare ed acquisire competenze relazionali importanti.

Lavorare all’improvviso mette ciascuno dei presenti in una allerta di partecipazione, rende difficile la distrazione nel senso di mancanza di attenzione, di interesse per altro: il gioco è basato proprio su una continua distrazione, nel senso di divertimento, di erranza, perdersi e ritrovarsi compresi.

Permettersi di improvvisare consente ai bambini di essere autentici e interi, permette loro di stare a scuola con una parte solitamente inascoltata. Agli adulti consente di cercare una relazione non più verticale, ma orizzontale in una scuola in cui il rispetto per ciò che il bambino porta è il focus da cui partire per nuovi apprendimenti.

Educare all’improvviso non è improvvisare l’educazione

Il verbo improvvisare porta con sé un senso negativo. Richiama altri termini che in ambito educativo risuonano come pericoli: raffazzonare, rimediare, impasticciare, e così via per altri sinonimi che l’enciclopedia Treccani indica, accanto ad un popolare e simpatico impapocchiare. Improvvisare, nel suo senso comune, indica quindi fare qualcosa senza la necessaria preparazione. Questo il risvolto negativo.

Esistono tuttavia contesti nei quali la capacità di improvvisare (ben diversa dall’improvvisarsi) diventa elemento fondamentale e imprescindibile.

Nella musica jazz, per esempio, saper improvvisare è una componente essenziale ed è l’ambito in cui si giocano professionalità elevatissime, raffinate, dove nulla è raffazzonato, dove la preparazione è altro dallo “studiare alla perfezione una partitura da suonare insieme in un ensamble”.

La preparazione del musicista jazz è la risultante di un continuo esercizio di ricerca tra esperienza, competenze, tecnica, originalità, ascolto, accoglienza, trasformazione, relazione e identità.

Nel mondo del pallone, per usare un esempio più popolare, emerge spesso la figura del fantasista: si tratta di un atleta, in genere un calciatore attaccante, il cui gioco risulta particolarmente fantasioso e imprevedibile.

La sua azione ha caratteristiche teatrali nel senso proprio di offrire agli occhi degli spettatori uno spettacolo, capace di stupire, di meravigliare, per le scelte di azione improvvisate, fuori dagli schemi.

Un venditore che non sappia “sintonizzarsi” con il cliente ha poche possibilità di successo nel proprio lavoro. Sviluppare capacità di improvvisazione è importante in ogni quotidiano.

Le competenze che entrano in gioco coincidono con una serie di attitudini fondamentali per imparare ad affrontare la vita di relazione, interpersonale e di gruppo.

Esse coincidono fortunatamente con obiettivi educativi ampi: imparare ad ascoltare gli altri, imparare a considerare e ad accogliere le proposte altrui, imparare a collaborare per un’impresa comune, mettersi nei panni dell’altro per considerare un punto di vista diverso dal proprio e un differente modo di percepire, sono le pratiche che permettono di educare e di educarsi a “sentire” l’altro, a dargli spazio nella propria vita, a riconoscere la sua esistenza attraverso il dialogo, non solo uno scambio di pensieri e opinioni, ma una vicinanza umana, una possibilità di incontro.

Educare: preparare alla vita

Maieutica era l’arte della levatrice, che “tirava fuori”, accompagnava l’emersione del feto dal liquido amniotico, attraverso il primo estatico respiro, preparazione all’immediata immersione nel mondo esterno e nella vita sociale.

Educare è il processo costante di “tirar fuori”, evoca sempre un “venire al mondo”.

Essere pronto indica l’aver “tirato fuori” tutto il necessario per iniziare.

Lo sviluppo della capacità di improvvisare coincide con l’obiettivo sotteso a tutta l’esperienza proposta: imparare ad ascoltare e ad accogliere.

È una preparazione alle vicende della vita, una preparazione che tenga conto dell’imprevedibile, che lasci spazio all’altro, in qualità di variabile fondamentale dell’incontro, una preparazione che non è “conoscere e sapere tutto prima”, ma è spirito d’avventura e di scoperta, nella solitudine e nella relazione, sponde imprescindibili della formazione d’identità personali in cerca di equilibrio.

(Questo articolo è un estratto dalla parte metodologica del libro “Improvviso Educativo, per una didattica reidratante” di Valentina Chioda e Luigi Maniglia, editrice La Meridiana, e raccoglie il senso del percorso di ricerca di cui il blog fa parte)

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