Una parola per ciascuno: gioco di improvvisazione, minera educativaLettura in 13 min

Una parola per ciascuno: un gioco di improvvisazione narrativa e teatrale che è anche una miniera di spunti educativi.

Consiste nell’inventare, in gruppo, una frase, una storia, con la regola che ogni partecipante può, al proprio turno, pronunciare una sola parola.

Lo chiamano in tanti modi. Io scelgo di chiamarlo Una parola per ciascuno: ciascuno richiama l’individualità che sta nel gruppo.

Per le istruzioni di gioco puoi leggere il post dedicato ed esplorare tutte le sue varianti: il gioco di improvvisazione teatrale Una parola per ciascuno.

Sembra un gioco semplice, ma è una vera miniera educativa.

Educare a costruire insieme

L’esercizio ha la finalità di impegnarsi in una impresa comune.

Avere solo una parola a disposizione per creare insieme una storia, permette a tutti di partecipare con un compito semplice. Semplice a dirsi.

Quando si tratta di entrare in azione, di provare il gioco, soprattutto se lo si vuole applicare in ambito educativo, emergono dinamiche che permettono di attraversare molti snodi significativi.

Primo fra tutti il tema della collaborazione. Nell’improvvisazione teatrale, esiste una filosofia di fondo basata sul concetto di si, e…:gli attori che improvvisano insieme devono allenarsi e mantenere sempre la disponibilità ad accettare le proposte degli altri e a migliorarle, esplorarle, condividerle.

La mano di un genitore che gioca a lego con il figlio
Foto di M W da Pixabay

Quando si assiste ad uno spettacolo di improvvisazione teatrale professionale, la storia fluisce, tutto sembra connesso e ben intrecciato, fa venire il dubbio che sia tutto preparato e studiato prima.

Si tratta invece della costante applicazione del principio del si, e… dove ciascuno fa spazio all’altro, nella scena, nella storia.

L’esperienza che ne nasce è legata sia al flow in cui l’attore e lo spettatore entrano insieme, sia al group genius, al lavoro di creazione collettiva che impegna tutti i partecipanti.

Le grandi invenzioni della storia non sono mai il risultato del genio di una sola persona.
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C’è uno stato psicologico in cui tutto sembra fluire, quando accade ad attori e spettatori si compie il miracolo del teatro Pubblicità -> Acquista su Amazon

Educare ad ascoltare

Saper ascoltare l’altro e gli altri è competenza fondamentale e alla base di questa attività. Bisogna sicuramente anche capire e comprendere cosa l’altro o gli altri stiano dicendo, quindi il significato.

Ascoltare è un atto in cui si pone attenzione a chi, nel caso di questo gioco, sta dicendo la propria parola. Siccome si tratta di una frase, di un discorso, di un dialogo, di una storia costruita una parola per ciascuno, il giocatore di turno successivo deve aver ascoltato e compreso tutto quello che è stato inanellato fino al suo momento.

Due bambini seduti su un prato uno legge un libro all'altro
Foto di Sunrise da Pixabay

I partecipanti sono invitati a porre attenzione ai compagni, ad ascoltare con le orecchie, ad osservare con gli occhi, a seguire il filo logico della narrazione con il pensiero, a sentirne il respiro, il tremore della voce, il volume, l’intensità, l’energia, mantenendo la libertà di aggiungere una parola coerente e inaspettata.

Educare ad aspettare

Ogni persona ha un proprio ritmo vitale, un proprio modo e tempo di esprimersi, un proprio mondo emotivo che facilita o frena il mostrarsi in pubblico.

La velocità di esecuzione è sicuramente uno degli obiettivi di questo esercizio, bypassare il pensiero giudicante e sputare il primo rospo che passa sulla lingua.

Un bambino che sputa un rospo dalla bocca
Il giudizio degli altri spesso pesa sulla nostra capacità di sputare il rospo.

La paura di sbagliare è sempre in agguato ed è un piede che continua a pigiare il pedale del freno. In più, il fatto che tutti gli altri siano in attesa della parola, rende ancora più pressante l’ansia, spinta dagli innumerevoli sguardi puntati addosso.

Entra così in scena il “suggeritore”. Qualcuno lo fa per aiutare un’amica o un amico in difficoltà, per oltrepassare l’imbarazzo e la pena: in questo modo, l’altruismo (la compassione? la pena?) sottrae al giocatore in difficoltà l’occasione di affrontare un momento scomodo, lo leva dal campo di gioco e lo mette in panchina, evitandogli l’allenamento.

Il rischio è che non imparerà a superare da sola o da solo quel blocco espressivo, che si vince solo provando a farlo.

Sarà la vergogna che ci fa trattenere la parola, che comprime le nostre possibilità espressive, che ci fa perdere l’occasione dell’incontro?
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Un altro tipo di “suggeritore” è il tipo regista, quello che ha già deciso fin dall’inizio la storia da raccontare e la vuole dirigire, per cui approfitta dell’empasse della compagna o del compagno per dare uno strattone alla frase e riportarla al proprio desiderio.

Questo tipo di intervento non lascia spazio all’altro, è una forma di controllo, di incapacità di affidarsi all’insicurezza.

È una malattia di cui sono affetti anche molti insegnanti e molti genitori: in alcune classi il docente era seduto in un angolo ad osservare il gioco e il sintomo del suggerimento si è presentato subito. Così come per i genitori che fanno trovare sempre la “pappa pronta” ai propri figli.

La regola del non suggerire mi sembra molto importante perché credo che nel piccolo di questo gioco si nascondano suggerimenti fondamentali per la relazione tra persone: la libertà, il coraggio di esprimersi senza giudicare e sentirsi giudicati, l’autonomia e l’indipendenza, la responsabilità personale e il rispetto per gli altri.

Educare al silenzio

C’è però un altro versante da esplorare: qualcuno ne approfitta per creare suspance. Capita a volte di vedere partecipanti che trattengono la parola per trattenere l’attenzione degli altri, qualcuno sfrutta la dinamica per mettere un silenzio-aspettativa-poteresuglialtri.

Una donna bionda seduta su una piccola valigia sul ciglio di una strada sterrata, di fianco ad un bordo costellato di papaveri fioriti, aspetta
Foto di Jose Antonio Alba da Pixabay

Questo fenomeno deve avere un tempo ben calcolato, è un gioco ritmico, deve integrarsi nel respiro del gruppo, è la scelta della giusta pausa tra le note musicali, è una virgola, sono puntini di sospensione.

Se prevale l’esericizio di potere sugli altri e sulla loro attenzione, il gruppo protesta, si spazientisce, cerca di liberarsi e va contro il malcapitato.

Il gioco si spezza.

Educare a tacere

Tutti vengono invitati a tacere per ascoltare, per capire la proposta dell’altro per non rischiare di spezzare i filo del discorso.

Così il “suggeritore” viene invitato a tacere, a rispettare il turno, a rispettare il ritmo, il modo, il tempo degli altri giocatori.

Per tutti vale la richiesta di non commentare le parole, di non fermare il flusso della storia.

Ma c’è anche il tacere per ascoltare se stessi, per porre attenzione a quello che si muove dentro e che ha occasione di incontrare il dentro degli altri.

Un bambino seduto sulla spiaggia osserva i gabbiani che giocano sul mare

Che sia uno spirito comico, che cerca una parola divertente, che sia un animo romantico che porta un colore, che si tratti di un’indecisione che svia con una congiunzione, una modestia che porta un “di”.

Esce il carattere, esce il lato emotivo, esce il desiderio, esce il dubbio, tutto si intreccia nel gioco, l’individuo al gruppo.

Educare a rispettare l’altro

Non vedo altro modo per arrivare al rispetto personale se non iniziando con il fare silenzio, facendo spazio, ascoltando e osservando. Considerare un punto di vista diverso dal proprio, accettare che sia possibile, condivisibile.

Se poi l’altro punto di vista è in qualche modo “migliore” posso anche farlo mio, assumerlo; liberarmi del precedente ed evolvere, crescere.

Ad ogni parola della storia, ciascuno deve accettare un nuovo punto di vista, a volte condiviso e scontato, altre volte spiazzante e originale.

Il rispetto passa anche nel ricordarsi che si sta compiendo un’impresa di gruppo e che le regole del gioco chiedono la collaborazione di tutti, a qualsiasi livello espressivo.

Trovare l’altro in sé
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Non esiste la parola stupida o la parola intelligente, non esiste la parola brutta e quella bella, il giudizio si ferma al rispetto del format (con ampie eccezioni già comprese) e all’attinenza alle regole della lingua, alla ricerca di una frase bella, di una storia bella.

Ogni contributo ha pari dignità: che sia un misero articolo, elemento essenziale che regge le parole nella frase o che sia un nome specifico capace di dimostrare l’attinenza al tema iniziale prescelto a titolo della frase o della storia.

Educare a semplificare

Non è richiesto che la storia o la frase siano indimenticabili e di grande effetto. Questo obiettivo potrà essere richiesto nell’evoluzione del gioco con le varianti dedicate agli aforismi, ai proverbi, alla poesia ermetica, e così via.

La richiesta è che la frase, la storia stia in piedi, innanzitutto dal punto di vista grammaticale e linguistico. Se questo elemento è garantito, qualsiasi tipo di narrazione è corretta, va bene, coglie l’obiettivo.

Capita spesso che qualcuno infili nel discorso parole dal gusto troppo originale, complicate nel significato e nel posizionamento grammaticale.

A volte funziona e nel filo del discorso si crea un ricamo particolare, suggestivo, creativo e il gioco prosegue su sponde inesplorate.

Più spesso il gioco si blocca. Chi ha il turno successivo è in difficoltà linguistica, mentre l’originale precedente gongola di orgoglio per aver mostrato di cosa è capace, forse uno spunto di superiorità, forse un modo per superare l’imbarazzo, forse una boutade o forse la convinzione che lo spettacolo richieda sempre colpi di scena.

Un albero di limoni dentro un giardino
Un po’ di Montale fa sembre bene.

Allora l’esercizio diventa utile per semplificare, per normalizzare, per apprezzare la banalità, le cose semplici, l’odore dei limoni.

Una serie di esercizi di improvvisazione teatrale sono proprio basati sul tenere a bada l’originalità e provare e godersi la banalità, la normalità, la semplicità che aiuta tutti a sintonizzarsi meglio sull’obiettivo comune.

Educare a rispettare le regole

Per poter fare qualsiasi gioco è necessario rispettare la regola principale: attenersi alle regole del gioco.

La parola gioco in una sua accezione particolare, indica lo spazio che si trova tra la vite e il bullone. A volte si dice “fa troppo gioco” quando un elemento fisico “balla” non è fermato da un altro elemento complementare.

Allora se la vite ha un diametro eccessivo rispetto a quello del foro del bullone, i due pezzi non si avvitano. Se il foro è troppo largo, i filetti non combaciano, i due elementi “ballano”, l’avvitamento non tiene, perde la sua funzione.

Se non si rispettano le misure degli elementi, le regole di gioco, il gruppo non sta insieme, non si avvita, sempre che avvitare possa significare anche avvicinare la vita delle persone, intrecciare le esperienze, creare legami che tengono.

Viti e bulloni arrugginiti appoggiati a terra, in un raggio di sole
Foto di demonhunter1232001 da Pixabay

I giocatori devono sottostare alle regole, inizialmente. Devono provare la dinamica con i vincoli dati. Una volta esplorato il meccanismo potranno passare dalla tecnica alla creatività della tecnica e modificare la proposta o inventarne una nuova.

Anche questo mi sembra un ottimo spunto per educare i bambini a fari i conti con le regole, a capirne la ratio e a non esserne schiavi.

Imparare una lingua

L’attività si presta perfettamente all’esercizio linguistico. Nel contesto multiculturale in cui le agenzie educative e le famiglie devono fare i conti con la lingua e la cultura straniera, fornire un gioco basato su regole di grammatica, lessicali, sulla scelta delle parole, sull’interpretazione permette di aprire un divertente laboratorio di scoperta.

L’obiettivo del gioco cambia e l’invenzione collettiva serve per aiutare chi non conosce la lingua locale. Ogni turno potrà essere occasione per spiegare e sperimentare la coniugazione di un verbo, per ampliare la conoscenza di vocaboli, per incontrare e comprendere espressioni idiomatiche.

Una mano aperta con disegnati dei geroglifici, il corpo che impara le lingue
Foto di Smiling Pixell da Pixabay

Insomma, un lavoro di gruppo per accogliere e affrontare le differenze.

Educare a lasciare andare

C’è un altro aspetto interessante che porta in fondo, in fondo, ad imparare a lasciare libertà all’altro e ancora più in fondo, a saper dire addio (alle cose e alle persone).

Non è un commiato drammatico e doloso, come a volte deve succedere nella vita. Nel gioco si tratta più spesso di abbandonare la propria aspettativa, di vedere allontanarsi il senso di una frase per la quale si era scelta e trovata la parola che sembrava perfetta, giusta, precisa.

Ci si può allenare ad allentare il possesso sulle cose e sulle persone, soprattutto.

Una mano che lascia, saluta, trattiene?
Foto di bruce lam da Pixabay

Ad ogni passaggio di persona, la storia, la frase, il discorso può prendere una svolta imprevista. Per qualcuno arriva la delusione, il fastidio, scappano suggerimenti per riprendere il filo ormai passato di mano.

La storia creata in questo modo è veramente di tutti, condivisa, solo se ciascuno accetta la libera proposta dell’altro. Si fa esperienza dell’incondizionato, che forse è un aggettivo che affianca bene l’esperienza dell’amore, dell’amicizia, della relazione umana costruttiva e rispettosa.

È uno dei compiti a cui sono chiamati, faticosamente, i genitori nei confronti dei figli.

È il risultato che si può propagare e diffondere nelle relazioni umane e può iniziare con l’esperienza di un piccolo, quasi insignificante, gioco di improvvisazione teatrale.

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